Quant’è bella giovinezza…
Un uomo canuto, di corporatura esile, con indosso un camice bianco, fece il suo ingresso in una stanza dall’aspetto freddo e impersonale, e si diresse verso l’unico letto presente, dove una donna, palesemente in forte stato emotivo e ipereccitabile, tentava di riposare. Appena all’interno della stanza, l’uomo venne immediatamente aggredito dalla donna.
“La prego dottore, mi dica cosa sta succedendo, perché ancora non mi è possibile vedere il mio bambino?”.
“Signora, per favore, nel suo stato deve evitare ogni emozione, stia tranquilla, presto potrà vedere il suo bambino ma prima”, il medico esitò, “dobbiamo solo fare qualche piccolo accertamento… Non si preoccupi”.
“Qualche accertamento? Ma allora il mio bambino non sta bene, me lo dica, la prego!”. Il medico non rispose prontamente alla domanda della neo mamma, abbassò un attimo gli occhi, quindi riprese:
“No, signora, non faccia così, sono solo normali controlli di routine”.
“Ma quale controlli di routine, dottore! Se mio figlio non avesse qualche problema me lo avreste già fatto vedere, non mi prenda in giro, non s’è mai vista né sentita una cosa simile!”
“Mi scusi signora, ora devo andare, ma le prometto che tornerò presto”.
“Dottore voglio sapere! Lei mi sta nascondendo qualcosa lo sento! Dottore torni indietro… Dottore! Dottore la scongiuro!”
Un medico magro, canuto, con indosso lo stesso camice bianco, entrò nuovamente in una stanza d’ospedale fredda e indistinta e, come due giorni prima, si indirizzò verso la donna che tentava di riposare su l’unico letto presente.
“Dottore, in nome del cielo la supplico… Sono tre giorni che è nato mio figlio e ancora non l’ho visto… E forse sta male e non me lo dite. La imploro dottore”. Dagli occhi lucidi della donna gocciolarono lacrime solitarie, che mossero il medico a compassione.
“Signora, deve essere forte. Non è così grave, glielo prometto…”, le passò una mano sulla fronte, poi continuò, “potrà vederlo presto il suo bambino, ma ora deve stare calma, è stato un parto complicato il suo, e ora deve riprendersi. Torni a letto, lo vede che non si regge in piedi? Io tornerò più tardi, se le serve qualcosa suoni pure, e verrà un’infermiera”.
“Non mi serve un’infermiera, dottore! Voglio solo vedere il mio bambino! Dottore torni qui, dottore!”.
Una donna, in evidente stato confusionale, procedeva, con incedere lento e tormentato, lungo corridoi freddi e indistinti. Non sapeva dove stesse andando, ma sapeva quello che stava cercando.
“Signora! Ma che fa, si è alzata dal letto? No, non deve signora venga qui… Lasci che la riaccompagni”, le disse l’infermiera del piano, vedendola che si trascinava per l’ospedale.
“Mi lasci stare… Vada via, non mi tocchi! Voglio vedere il mio bambino, ormai è una settimana… Ah dottore… Dottore!”.
Il medico venne incontro alle due donne: “Signora, non si sarebbe dovuta alzare nel suo stato”.
“Basta! Voglio vedere mio figlio”.
“Venga signora che la riporto in camera”, interloquì l’infermiera, prendendo la donna per un braccio.
“Non mi tocchi! Vada via, viaa! Dottore, mi faccia subito vedere il mio bambino altrimenti”
“La lasci andare Kira, tanto prima o poi dovrà saperlo Venga con me signora, la prego”.
La donna parve calmarsi, si appoggiò un momento al muro, poi comunicò: “Andiamo”.
“Venga, l’aiuto. S’appoggi a me”, dichiarò il dottore.
Un bambino, dell’apparente età di sette anni, giocherellava, chiuso in una stanza con le pareti di vetro, con una specie di videogame.
Una donna, in palese stato di shock, era sorretta da un medico magro coi capelli bianchi e ambedue contemplavano, da dietro quelle pareti di vetro, un fanciullo che si trastullava con una specie di videogioco.
“Non è possibile!”, esclamò la donna.
“Purtroppo è così. Mi dispiace”, replicò il medico.
“Ma come… Com’è possibile?”, domandò la donna in lacrime.
“Vede signora, ancora non sappiamo tutti i dettagli, ma pare che lei sia stata fecondata con il seme che… Il seme di un donatore… Non umano…”. Il medico contemplò l’espressione esterrefatta della donna, la quale, dopo un lungo silenzio, sentenziò: “Ho sempre saputo che non era possibile far nascere un bambino dall’unione di un umano con un… Un alieno!”
“E’ vero, ma vede, le innumerevoli cure antisterilità a cui lei si è sottoposta, hanno, non sappiamo dire come, reso possibile “l’attecchimento”, per così dire, di geni totalmente estranei e altrimenti incompatibili”.
“Ma perché? Com’è possibile? Voglio dire, perché l’hanno fatto? Io non ho di certo dato loro nessun permesso per fare una simile cosa”.
“Lo so, mi dispiace. Se vuole la mia opinione, lei è stata vittima di una sorta di esperimento che le hanno fatto al centro di inseminazione artificiale, ma questo non dovrei neanche dirlo, non sta a me fare queste congetture”. La donna iniziò a fissare quello che lei pensava non fosse altro che un frugoletto piccolo e indifeso e che, invece, era un ragazzino dell’apparente età terrestre di sette anni.
“E’ mio figlio, devo volergli bene”, dichiarò la donna, con gli occhi gonfi e lo sguardo malinconico.
“Sì”, rispose il medico.
“Dottore, sa di quale pianeta potrebbe essere il padre?”. Il medico fissò la donna con uno sguardo a metà tra l’affettuoso e il commiserevole, poi sorrise dolcemente e riferì: “Non posso affermarlo in tutta sicurezza, ma gli unici alieni a noi noti per avere un ciclo biologico così rapido sono gli abitanti di Kèles I. Ma non abbiamo mai avuto contatti con la popolazione di quel luogo, e non saprei dirle altro”.
“Crescono così in fretta?”
“Sì, il loro pianeta ha un moto di rivoluzione di molto più veloce al nostro, e di conseguenza anche il loro ciclo vitale si sviluppa in maniera assai precoce. Ogni giorno terrestre, equivale più o meno a un loro anno”.
“Quindi, ogni giorno che passa lui crescerà di un anno?”.
“Esatto”.
“Perciò nel giro di tre mesi potrebbe essere già morto?”
“Questo è ancora troppo presto per dirlo, non sappiamo nulla circa la longevità degli abitanti di Kèles I, inoltre dobbiamo ricordare che per metà è umano”.
“Come mai la gravidanza è durata comunque nove mesi, non avrebbe dovuto crescere in maniera così rapida anche nella mia pancia?”
“Probabilmente la presenza del liquido amniotico umano ha ritardato la sua crescita, essendoci sostanze che quasi certamente non fanno parte della composizione corporea di quella razza. Mi domando tuttavia come abbia fatto a sopravvivere.”
“Quando potremo lasciare l’ospedale?”. Il medico si voltò verso la donna, il suo sguardo si fece grave e pensieroso. La donna sembrò capire all’istante il significato di quello sguardo:
“Ho capito, non ci permetteranno mai di andarcene, vero?”. Il medico era intento a fissare un punto non ben definito nell’aria, e non rispose alla domanda della donna.
“Mi risponda dottore, mi dica la verità!”
“Mi dispiace”, proclamò il medico, senza distogliere lo sguardo dal quell’oggetto inesistente nell’aria, “ma lei capisce, la comunità scientifica mondiale desidererà studiare attentamente questo caso, inoltre avrà addosso tutti: stampa, televisione, ficcanasi vari… Mi dispiace”.
“Maledetti!”, esclamò la donna e, appena detto ciò, si infilò nella stanza dove c’era il suo bambino.
“Signora, aspetti, non mi sembra il caso…”.
La donna, immemore degli avvertimenti del medico, corse incontro al figlio, il quale, dopo lo stupore iniziale, sembrò felice di aver finalmente incontrato la propria madre.
“Ascoltami, io sono tua madre e non permetterò che ti facciano del male. Tu sei mio figlio, non importa ciò che diranno”. La donna prese tra le braccia il figlio e lo strinse forte, distogliendolo dalla sua partita virtuale.
“Ciao mamma”, fu tutto quello che il bambino le disse.
“Signora, la prego, adesso andiamo…”.
...................................................................................
Una donna, dell’età di trentadue anni, bellissima nonostante avesse partorito da soli ventidue giorni, entrò in una stanza dove, quindici giorni prima, o per qualcuno quindici anni prima, aveva visto il proprio figlio giocare al computer.
“Ascoltami… è passato tanto tempo, ti ricordi? Sono tua madre”.
“Sì, certo che mi ricordo, mamma”, replicò un uomo di circa ventidue anni.
“Senti…”, la donna si bloccò, “santo cielo… Nemmeno un nome ti ho dato…”, fu presa come dalla vergogna, poi riprese, “ma ora non c’è tempo per questo, dobbiamo fuggire, perché qui vogliono farti del male”.
“Sì, hai ragione, e poi sono stanco di starmene chiuso qua dentro. Ogni giorno vengono tanti insegnanti che mi educano sulle più svariate discipline, ma io ho voglia di uscire e vedere il mondo”.
“Certo, hai ragione. Ascolta, ascolta il mio piano per la fuga”.
Un ragazzo e una ragazza, una notte di giugno dell’anno 2…? si allontanarono come due ladri dalla clinica universitaria di ginecologia della città di R…?
Un uomo e una donna se ne stavano seduti l’uno di fronte l’altro in una casa vicino al mare, nella stessa notte di quel giugno.
“Vedrai, qui non ci troveranno mai”, disse la donna al ragazzo che le era davanti.
“Sì mamma”, replicò il figlio della donna.
“Conosci già la tua storia?”, domandò la madre.
“Sì, so già tutto. Ma ora tutto questo non mi interessa, so che tu non c’entri niente, e io ti voglio bene, perché sei mia madre”, replicò il figlio.
“Grazie… Ti voglio bene… Teco”, rispose la donna, decidendo così il nome del figlio.
Ora vediamo una donna incantevole che mette a letto il proprio figlio, un uomo di circa ventidue anni e, come se fosse un bambino, gli dà il bacio della buonanotte.
Non la si può tuttavia biasimare: è una situazione troppo particolare ed ella ci si dovrà abituare con gradualità.
La sopraccitata scena si ripete per molti giorni a seguire, però, a differenza dei primi giorni di vita, l’uomo pare essersi bloccato nella sua crescita.
La donna rimane sorpresa, spaventata, ma non può chiamare nessuno.
La donna bellissima s’accorge sempre più di quanto il figlio sia strambo. È ora di impartire al ragazzo un po’ d’educazione terrestre, pensò un giorno la donna, quando il figlio si presentò una sera nudo nel letto di lei, dicendo che aveva paura a dormire da solo.
..................................................................................
Un uomo di ventidue anni precisi sta di fronte a una donna di trentadue anni; stanno parlando, ma ad un certo punto l’uomo inizia a spogliarsi e, con uno scatto felino, si butta sulla donna, la quale cade a terra con l’uomo sopra. L’uomo riesce a svestire la donna, o almeno ciò che interessa lui. La donna urla. L’uomo ride. C’è un po’ di lotta. L’uomo sta vincendo.
Alla fine l’uomo si alza, soddisfatto. La donna, ferita, s’alza anche lei e si colloca su una sedia.
“Che stupida puttana”, dice l’uomo alla donna.
“Perché?”, chiede la donna.
L’uomo ride, ride molto e di gusto.
“Ancora non hai capito?”, risponde l’uomo, ridendo ancor di più.
“Chi sei?”, gli domanda ora la donna.
“Ah, adesso sì che riesci un po’ a capire, Mammina!”
“Chi sei?”, domanda ancora la donna, “e dov’è il mio bambino?”, aggiunge poi.
“Oh… Il tuo bimbo sta bene… Sarà con qualche coppia sterile che ha deciso d’adottare un figlio”.
“Bastardo”, pronuncia la donna, senza alcuna espressività, priva totalmente d’ogni enfasi.
“Vedi, è tanto tempo che ti osservavo, all’uscita da casa, quando andavi a fare la spesa, quando prendevi il sole in veranda. Ti ho sempre desiderata, ma… Come avrei mai potuto averti? Ecco, pensai, se tu fossi stata mia madre…”
“Sei malato”.
“Sì, molto, ma il mio scopo l’ho raggiunto, sono stato felice questi giorni con te, che mi accudivi e potevo starti vicino senza paura che tu potessi rifiutarmi. Sai com’è, quando scuci la pecunia, le porte ti si aprono. Sapevo che non eri una puttana, quindi non avrebbe avuto alcun senso tentare di offrirti del denaro, così, ho corrotto tutti i medici e gli infermieri della clinica, e mi sono fatto passare per tuo figlio. Quando m’hai visto un bambino di sette anni, beh, quello era mio fratello piccolo. Quanto sei stata stupida, ma ti sembra verosimile un fatto del genere?”
“Bastardo”, ripeté la donna, con lo stesso tono privo d’ogni cadenza, alla stessa maniera con la quale si potrebbe leggere un vocabolo nel dizionario.
“Ciao mammina… E grazie!”. Lo stupratore uscì di scena, e andò nessuno sa dove.
La donna rimase seduta a pensare. E pensò. E meditò. E valutò.
Ma forse non abbastanza.
....................................................................................
Una clinica universitaria di ginecologia si squarcia come un melograno, e le migliaia di frammenti si librano in aria come semi di cocomero sputati per competizione.
Una donna affascinante, da lontano, osserva.
E ride.
Poi d’improvviso ella si pone una domanda: ora che alla clinica sono tutti morti, come farà a sapere a chi è stato affidato il suo vero figlio?
E piange.
Andrea Mucciolo
venerdì 20 agosto 2010
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

chissà, se mamma tua ha letto questo tuo racconto e se tu ne leggi, dopo averli scritti, i segni di un sogno che affiora dal tuo Io nascosto alla tua coscienza,geniale, mediatica,ricca e, credo, in cerca di una verità, che pur standoti accanto, non puoi vederla,avendo lo sguardo altrove. ma , il tuo cuore, ha figli? Spero tu m i comprenda, pur nel'ermeticità del mio doveroso commento, al dono del tuo sentire, al quale non ho pagato dazio, ma auspico Speranza, di giorni lieti. Buonanotte Andrea. Grazie
RispondiEliminaTutto si può dire di questo racconto tranne che sia convenzionale. Caspita, se ci sei riuscito, a rompere gli schemi. La struttura è particolare e ti lascia lo spazio per porti delle domande alla fine di ogni pezzo; lo stile è sempre quello che ti contraddistingue, cioè semplice, seppur pieno di sfumature. La forma ha anche una certa eleganza, a tratti è molto dolce e delicata. Ho sempre notato come diversi argomenti a sfondo sociale tu riesca a farli passare con la stessa facilità con cui si potrebbe narrare di un qualsiasi argomento. Ed è lì che il lettore capta qualcosa di più, quella cosa che sembra molto semplice all'impatto, per il modo in cui è presentata, ma che permette diversi spunti di riflessione.
RispondiEliminaQuando un racconto fa riflettere è positivo ma soprattutto, la lettura dello stesso diventa utile. Per questo non so dirti se "mi piace", perchè da principio mi sono fiondata nella lettura cercando di capire dove volessi arrivare, mi sono soffermata su periodi che pensavo comprendessero ben altro oltre che le parole ben visibili. Quindi non l'ho assimilato dal punto di vista emozionale, piuttosto concettuale. Non ho mai letto racconti simili, per questo i miei complimenti devono per forza di cose essere dedicati non tanto alla trama, poichè "nuova" e ancora da approfondire, quanto al lavoro che c'è dietro questa storia inverosimile (ma quanto poi?), ricca di frecciatine, almeno per quanto abbia potuto capire io e tematiche su cui riflettere. Dunque complimenti per l'originalità, anche stavolta. Leggerlo è stato un piacere.
@Mario: mia madre non legge nulla di ciò che scrivo, ma il tuo commento avrebbe avuto più senso se lo stupratore fosse realmente stato il figlio della donna :)
RispondiElimina@Roberta: sul fatto che sia originale non c'è,. forse, molto da discutere, il mio dubbio è legato al finale, tra l'altro diverso da quello che avevo in mente quando iniziai a scrivere il racconto il quale, tra parentesi, è stato interamente scritto nel 2006. Oggi, probabilmente, l'avrei scritto in maniera differente. Comunque, io mi preoccupo della trama fino ad un certo punto, poiché il mio obiettivo è sempre allegorico, sempre il voler trasmettere un messaggio che, in questo caso, verte soprattutto sulla malvagità, sulla vendetta e sulla stupidità dell'essere umano. In breve: nato come un racconto di fantascienza, è divenuto un racconto di perversione, desiderio di possesso e vendetta. Ma io DEVO farlo sempre in maniera particolare, è ciò che considero più importante: i messaggi dell'uomo all'uomo sono sempre gli stessi, però bisogna dar loro una veste diversa, per poi lasciarli comunque nella loro crudele nudità. Grazie per essere passata di qui e per aver lasciato il tuo commento :)
Quindi, se posso domandarti, pensi che chi scrive senza dar peso all'originalità nel trattare un tema comune solo perchè "scrive per sè", faccia meglio a non condividere con altri le proprie opere perchè alla critica risulterebbero obsolete?
RispondiEliminaE' sempre un piacere passare di qui. :)
Rispondo tutto qui per semplicità, tanto, è il mio blog, e posso andare off-topic :) come detto, se il tuo intento è la scrittura che faccia presa sul pubblico, allora devi anche tu stessa forzarti in qualcosa di diverso. Premettendo ( e lo sai bene perché hai letto il mio manuale) che ci sarebbe sempre la necessità di un vero editing, per tutti i racconti. I grandi scrittori dei quali oggi decantiamo le lodi li hanno avuti. C'è quindi una grande differenza tra il scrivere per sè e per gli altri. Io non scrivo storie per me, mai, possono essere ispirate alla realtà (ma soltanto ispirate) ma poi scrivo per accontentare i lettori, ed è questo che mi piace: non accontentare me stesso, ma i lettori.
RispondiEliminaHo pensato che fosse reale per via dei nomi, sì, altrimenti non avresti avuto il motivo di mettere il nome reale di tua sorella. Credo nessuno o quasi la conosca nel forum, ma io sì.
Una cosa: quando dico che le mie valutazioni sarebbero state più tiepide, voglio dire che il racconto mi avrebbe trasportato di meno, perché io l'ho letto con curiosità quando ho capito che era un fatto reale, altrimenti m'avrebbe destato minore interesse.
L'aspettativa del lettore, partendo dall'incipit, è di qualcosa di più misterioso ed elaborato, mentre alla fine si legge così: lo spirito del bisnonno che la salva, e ti lascia l'amaro in bocca, perché pare un finale "apparecchiato" e anche alla svelta.
Ciao :)